Docenti e social network: possono servire a farsi un’idea?

Sta per iniziare l’anno scolastico e, come ogni anno, una delle preoccupazioni che assillano i genitori di bambini e ragazzi che iniziano un ciclo scolastico è: chi saranno gli insegnanti di mio figlio? saranno persone valide, capaci, competenti? Domanda lecita, ovviamente.
Però a volte capita che, per cercare di farsi un’idea, si vada a dare un’occhiata sui profili social dei possibili insegnanti. Rimanendo magari sdubbiati.

Docenti e social network - Dott. Valeria Bigarella
Docenti e social network – Dott. Valeria Bigarella

Prima di tutto, due doverose premesse:
1) un invito alla cautela e alla moderazione nell’uso dei social è assolutamente opportuno, per tutti, non solo per gli insegnanti. Lungi da me difendere gli haters. Chi vomita odio e insulti, razzismo, sessismo e intolleranza è anche giusto che raccolga ciò che semina.
2) non voglioassolutamente dire che tutti gli insegnanti siano validi e che sia sbagliato giudicarli. Purtroppo ve ne sono di pessimi, e sarebbe anche giusto poterlo far presente.

Detto questo, CREDO CHE IL VALORE DI UN INSEGNANTE SI POSSA VALUTARE SOLO IN CLASSE, NON CERTO SUI SOCIAL. Nessun lavoratore dovrebbe essere valutato per ciò che esprime sui social o per ciò che dice, pensa e fa nella sua vita privata. Sul lavoro si è tenuti ad un codice di comportamento che non vale quando si è fuori dal posto di lavoro. Altrimenti saremmo veramente in dittatura!

Non scrivo questo per difesa della categoria, non sono un’insegnante.
Sono una psicologa dell’età evolutiva (anche se da anni ormai lavoro prevalentemente con gli adulti, la mia formazione originaria è psicologia dello sviluppo) e sonoanch’io una mamma che vuole il meglio per sua figlia.
Se pensassi che ha un pessimo insegnante, anch’io cercherei di correre ai ripari.
Però non mi sognerei mai di andare a vedere i profili social degli insegnanti di mia figlia per fami un’idea!

Piuttosto, se volete capire il valore degli insegnanti dei vostri figli, osservateli, ascoltateli!
Vanno volentieri a scuola? Tornano a casa tranquilli, sorridenti? Si interessano a ciò che viene loro insegnato? Sono incuriositi? Sono spinti a ragionare, a fare domande, a leggere, a pensare? A osservare il mondo che li circonda? Imparano a seguire delle regole, a comportarsi bene, a collaborare con i coetanei, a non insultare, a chiedere scusa? Ad ascoltare, a parlare quando è il proprio turno?
È rispondendo a queste domande che si può farsi un’idea del valore degli insegnanti. Non certo dai social.
Recentemente ho avuto notizia di un bambino (non di Pisa) traumatizzato da un campo solare in cui c’era una suora molto severa, che metteva i bambini, anche piccoli, in punizione, li obbligava a stare a letto anche se non avevano sonno, li sgridava se non finivano il cibo o se coloravano fuori dai bordi. Sicuramente quella suora aveva un profilo social impeccabile, eppure sarebbe meglio se cambiasse mestiere.

Inoltre, nella mia esperienza di psicologa, quando ho lavorato con i bambini, mi è capitato spesso di incontrare genitori che non collaborano, non ascoltano, non si mettono minimamente in discussione e non seguono le indicazioni date. E a farne le spese sono i bambini!
Perciò vorrei concludere invitando tutti i genitori a rivedere quel capolavoro che è L’ATTIMO FUGGENTE, a pensare a quel padre, così convinto di sapere ciò che è meglio per suo figlio, così incapace di ascoltare e mettere da parte le sue idee preconcette. Ecco, ognivolta che col nostro comportamento ci avviciniamo anche di poco a quel modello, dovrebbe scattare un campanello d’allarme!
Auguro a tutti i genitori di riuscire a stabilire un rapporto di fiducia e collaborazione con gli insegnanti dei propri figli, perché è fondamentale, quanto lo è la coerenza tra i genitori. Se le figure di riferimento di un bambino danno messaggi contrastanti tra loro, ne deriva una confusione che è veramente deleteria per la crescita e lo sviluppo. È importante che le varie figure si rinforzino a vicenda, non il contrario! E soprattutto mai trasmettere a un bambino l’idea che andando a scuola non sia in buone mani!
Buon inizio di anno scolastico a tutti!

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No, per fatti atroci come l’omicidio di Colleferro non servono pene esemplari.

Serve una cultura diversa. Del rispetto, della non violenza.

Come prevedibile si è scatenata una violenta reazione sui social in seguito all’omicidio a Colleferro del povero Willy Monteiro Duarte, pestato fino alla morte da 4 bestie, non è possibile definirli altrimenti.

Una delle reazioni più pacate, è quella di chi auspica pene severe, esemplari, certe. Ora, se certamente questi 4 delinquenti meritano la massima severità, non possiamo non interrogarci su come arginare questo tipo di violenza, su come sia possibile in qualche modo prevenirla.

Qualcuno ha parlato dell’ambiente delle palestre in cui si insegnano arti marziali, dando in parte la responsabilità a chi li ha “formati” a questo tipo di disciplina. Un collega ha proposto una sorta di “patentino” per praticarle: si dovrebbe cioè verificare che chi acquisisce la capacità di offendere non abbia precedenti per reati violenti e si sottoponga a controlli psicologici periodici che confermino la sua sanità mentale, analogamente a chi detiene il porto d’armi.
Sicuramente si tratta di una proposta interessante, che mi trova favorevole.

Omicidio di Colleferro - Dott. Valeria Bigarella
Omicidio di Colleferro – Dott. Valeria Bigarella

Ma la radice del problema a mio avviso è un’altra.
Si tratta della cultura della violenza, della legge del più forte, del vanto di incutere “rispetto” e timore per la propria forza, dell’ostentazione minacciosa della potenza.
Si tratta anche del disprezzo per gli altri, gli inferiori, chiunque, a qualunque titolo, non piaccia. Non a caso un familiare di uno di questi ragazzi avrebbe minimizzato l’accaduto dicendo “non hanno fatto niente, hanno solo ucciso un immigrato”.
Ecco. Secondo questa cultura qui, uccidere un immigrato è niente. Ma poteva essere anche altro, un “tossico”, una “zecca comunista”, un “ebreo di m***a”, un “ladro schifoso”, una “lurida pu****a” e potrei continuare all’infinito.

Il problema nasce quando qualcuno, non importa chi, non importa quando, si arroga il diritto di pensare che la vita di qualcun’altro non valga nulla. E di agire, a parole o a fatti, secondo questo principio.

È una cultura razzista, fascista e patriarcale.
Non è un caso l’appartenenza ad ambienti di estrema destra. L’idea che “io sono superiore, e tu, inferiore, sei solo feccia, e non meriti di vivere, al massimo posso concedertelo se mi ubbidisci”. Questi sono gli “ideali” che giustificano e legittimano questi comportamenti. “La mia stessa forza è dimostrazione di superiorità”.

Ho usato anche il termine patriarcale, sì. Perché fascismo e patriarcato sono due facce della stessa medaglia, e chiedersi quale venga prima è come chiedersi se nasca prima l’uovo o la gallina. Perché si tratta della stessa cultura che è all’origine della violenza di genere e dei tanti femminicidi a cui assistiamo, impotenti. La donna non è persona, è oggetto, proprietà di qualcuno. Se non accetta di stare nel suo ruolo di sottomessa, se lascia il compagno, se lo tradisce, se non sta alle sue regole si merita di essere “rimessa al suo posto” e magari anche uccisa. Secondo la cultura fascista e patriarcale gli immigrati sono un pericolo per le “nostre” donne. E non a caso l’odio si scatena ferocemente contro le donne che difendono i migranti (Laura Boldrini, Cecilia Strada, Carola Rackete) o osano “accoppiarsi” con loro (pensiamo a Silvia Romano, colpevole di essersi convertita all’islam e forse di essere incinta di qualche suo carceriere: le circostanze di questa eventuale gravidanza non contano, è una vergogna e basta).

È la stessa cultura che è anche all’origine della mafia: “qui comando io, e se vuoi stare qui si fa come dico io”. O ubbidisci o ti distruggo.

Allora, come possiamo arginare questi fenomeni, così presenti nella nostra cultura e nella nostra società?
Intanto cambiando il linguaggio, e smettendo di minimizzare o giustificare la violenza verbale e il disprezzo per l’altro. Chi esulta per la morte dei migranti quando affonda un barcone o addirittura parla di sparargli o dargli fuoco, alimentata questa stessa cultura dell’odio e della violenza.

Ma anche la colpevolizzazione delle vittime è un fatto di rilievo. Pensiamoci un attimo: quanti hanno detto o pensato che in fin dei conti Stefano Cucchi era solo un tossico? Non è diverso dall’affermare che Willy era solo un immigrato.
Anche in questo caso ci sono stati giornalisti che hanno chiesto perché si trovasse lì, se avesse discusso con i suoi assalitori. Ma perché, la cosa è forse rilevante? Se anche gli avesse risposto male, se gli avesse rubato dei soldi, o una ragazza (sì, secondo questa pseudo cultura fascista e patriarcale le donne sono oggetti che si rubano, non persone con una volontà propria che scelgono) in tal caso meritava di morire così?
E lo stesso trattamento viene riservato alle donne violentate o uccise. Com’era vestita? Perché si trovava là? Aveva lasciato il suo compagno, lo aveva tradito? Come se in queste condizioni lo stupro o il femminicidio fossero giustificabili, comprensibili.
Perché negli Stati Uniti è nato un movimento che si chiama Black Lives Matter? Per riaffermare il concetto basilare che ogni vita ha un valore, anche quelle delle persone di colore. Anche quelle dei migranti sui barconi. Anche quelle dei tossici, degli zingari, delle puttane, per citare il linguaggio dispregiativo così ampiamente usato. Ecco. Iniziamo a riumanizzare queste persone. E a non legittimare chi augura loro la morte con tanta disinvoltura. Perché poi qualcuno a passare dalle parole ai fatti fa molto presto.
È già successo. A Firenze, a Macerata, a Colleferro. E purtroppo succederà ancora, se non cambiamo tutti atteggiamento. Se non ritroviamo un po’ di umanità. Restiamo umani. Ne abbiamo davvero bisogno.

Omicidio di Colleferro – Dott. Valeria Bigarella

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Disturbi del sonno: l’importanza di una diagnosi corretta e di un trattamento adeguato

Quando si parla di disturbi del sonno è importante partire con una corretta diagnosi.
Spesso infatti una difficoltà a dormire è presente in moltissimi disturbi e malattie. Può essere dovuta all’assunzione di farmaci (ad esempio alcuni cortisonici) oppure a malattie caratterizzate da dolore cronico. Anche i disturbi gastrointestinali non facilitano l’addormentamento. Ma anche in molte problematiche di tipo psichiatrico come la depressione è presente un’alterazione del ritmo sonno veglia. E anche senza sconfinare nella patologia psichiatrica, stress, ansia, preoccupazioni, ritmi di vita troppo frenetici possono causare disturbi più o meno gravi del sonno.

In questi casi ovviamente occorre lavorare in parallelo sia sul disturbo del sonno che su ciò che lo causa.
Perché, ovviamente, se non si cura il dolore cronico dormire diventa difficile; ma se si sono sviluppate delle convinzioni errate sul sonno (ad esempio “tanto prima delle 2 è impossibile che mi addormenti”) o delle abitudini disfunzionali (come il ricorso a farmaci o sostanze) eliminare il dolore potrebbe non essere sufficiente. Occorre ripensare il proprio rapporto col sonno.

Stesso discorso vale per i turnisti, o per chi ha attraversato un periodo stressante. Non è detto che basti eliminare la causa originaria per ripristinare l’equilibrio perduto.

In questi casi può essere d’aiuto la terapia cognitivo comportamentale dell’insonnia, un percorso di poche sedute in cui si lavora sulle abitudini e sulle convinzioni errate che tendono a mantenere il problema. Ne ho parlato qui.

Ovviamente se il problema col sonno deriva da ansia, stress e preoccupazioni, o depressione, un percorso di psicoterapia può essere necessario per imparare a gestire questi aspetti, che talvolta sono legati a problemi dai quali non si può prescindere.
Un lutto, problemi economici, difficoltà lavorative, problemi familiari spesso non sono eliminabili. Si tratta di imparare a viverci nel modo più indolore ed efficace possibile. Per esempio, posso, malgrado sappia che la mia società rischia il fallimento, riuscire a non pensarci costantemente, in modo da potermi godere una cena in famiglia e dormire quanto basta? Posso, durante una separazione, vivere alcuni momenti di serenità senza che rabbia e sconforto avvelenino ogni istante? Ovviamente non è facile, ma è fondamentale. Può fare la differenza tra reagire e ammalarsi, tra vivere e morire. E ovviamente tra dormire e sviluppare un’insonnia severa.

Disturbi del sonno: consulenza psicologica a Pisa – Dott. Valeria Bigarella

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Il Cigno Nero: la ricerca ossessiva della perfezione

Questo drammatico e inquietante film di Darren Aronofsky affronta il tema della ricerca ossessiva della perfezione e del successo, quale strumento per affermare se stessi.

Nina Sayers (Natalie Portman) è una giovane e talentuosa ballerina del New York City Ballet. Nella sua vita c’è posto solo per la danza, vissuta come un dovere, e con l’obiettivo di raggiungere l’eccellenza, la perfezione. Magra e anoressica, non conosce il piacere, il divertimento, l’amicizia, l’amore.

Le ragioni di questa ossessione possiamo solo intuirle: una madre severa e ipercontrollante, che ancora la tratta come una bambina da accudire e sorveglia ogni suo movimento e che le ha trasmesso tutta la frustrazione per il proprio mancato successo, sempre nella danza. Nina è spinta a fare il massimo senza concedersi distrazioni, in parte per superare la madre, in parte per renderla fiera di sé. Si avverte anche il peso dell’assenza di una figura paterna che abbia in qualche modo controbilanciato tale ossessione per il successo e la perfezione.

Quando viene scelta dal regista Tomas Leroy (Vincent Cassel) per interpretare il ruolo di prima ballerina nella sua rivisitazione de Il lago dei cigni, spettacolo con cui aprirà la nuova stagione teatrale, Nina sa di essere oggetto dell’invidia di tutte le sue compagne e sente ancora di più la pressione: sa che il più piccolo errore potrebbe costarle il ruolo, quindi DEVE essere assolutamente perfetta.

Ma per quel ruolo non è sufficiente una perfetta esecuzione: questa può bastare per il cigno bianco, per la pura e innocente principessa prigioniera nel corpo di cigno, ma Nina deve interpretare anche il cigno nero, la seduttrice che inganna il principe. Per quel ruolo servono scioltezza, disinibizione, trasgressione, sensualità, tutte caratteristiche che mancano a Nina, rigida e sempre controllata. Tomas le chiede quindi di esplorare la propria sessualità e il proprio piacere. Ma per Nina questo diventa solo l’ennesimo dovere. Lo fa perchè le è stato chiesto dal suo regista, lo fa perchè è necessario per essere la perfetta interprete del cigno nero. Inizialmente non c’è alcun soggetto che suscita le sue fantasie sessuali, poi invece Nina finisce per essere attratta proprio dalla ballerina sua rivale, quella Lily (Mila Kunis) che Tomas le ha indicato come “il sesso”. Lily è davvero l’alter ego di Nina, il cigno nero: trasgressiva, disinibita, sfrontata, ha perfino le ali nere tatuate sulle spalle. Quelle ali che Nina tenta in ogni modo di farsi spuntare, con l’unico atto discontrollato che è in grado di commettere: grattarsi le spalle fino a scorticarsi la pelle.

Purtroppo non è sufficiente, e quando durante lo spettacolo, dopo che ha commesso un errore, Tomas le dice che l’unico ostacolo al suo successo è lei stessa, Nina lo prende alla lettera e si ferisce con un vetro. Nella sua visione allucinata è convinta di colpire Lily, la sua rivale, ma in realtà colpisce se stessa, il cigno bianco, il perfezionismo che la blocca e la ingabbia. Solo così riesce a liberare il cigno nero che è in lei.

Il drammatico finale ci pone inevitabilmente una domanda: fino a che punto è sano inseguire la perfezione? Fino a che punto una persona come Nina può dirsi libera? Dove sta il confine tra l’impegnarsi dando il massimo e il diventare schiavi delle proprie ambizioni?

Credo che la risposta stia in parte nel non accettare la possibilità di fallire, o comunque di non essere la migliore. Il successo è obbligatorio, non si ammettono alternative. Ma ogni sportivo di successo sa benissimo che non si può gareggiare se non si accetta la possibilità della sconfitta. Nello sport, come in ogni competizione, si può vincere o perdere. Se si parte col presupposto di dover per forza vincere, spesso si finisce per rinunciare. Oppure ci si autodistrugge pur di riuscire, come fa Nina. Ma un altro aspetto centrale, conseguente a questo, è l’assenza di quel piacere che Nina non riesce a provare: non la vediamo mai sorridente, se non quando ottiene la parte, non la vediamo piena di passione per ciò che fa, ma solo concentrata sul risultato, sulla performance, sul trovare il modo per essere perfetta.

E allora, concediamoci il diritto di sbagliare, il diritto di fallire, scopriamo la gioia di fare ciò che amiamo anche senza dover per forza essere la prima ballerina, la voce solista al concerto, il primo della classe, la medaglia d’oro alle olimpiadi! Non che avere tali ambizioni sia sbagliato, ovviamente, ma si può essere felici e fieri anche per la medaglia d’argento o di bronzo, anche per essere sul palco con un ruolo minore; concediamoci di bocciare a un esame, di essere scartati per un lavoro, di cadere durante una gara. Perchè il successo non è tutto e non dura per sempre. Ma anche perchè non si arriva al successo se non si impara ad affrontare anche l’insuccesso.

Il perfezionismo come patologia: consulenza psicologica a Pisa

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Il bias della paura

Come il nostro cervello valuta il pericolo

In Toscana diciamo “meglio ave’ paura che toccarne”. Lo stesso detto esiste in molte altre lingue e dialetti. Gli inglesi dicono “better safe than sorry”.
Gli psicologi hanno dato questo nome, better safe than sorry, ad un bias cognitivo, il bias della paura, un meccanismo protettivo creato dal nostro cervello per tenerci al sicuro dai pericoli, che consiste nel sovrastimare la possibilità di un evento avverso, spiacevole o pericoloso, e indurci a mettere in atto un comportamento protettivo. Solitamente in natura il pericolo è rappresentato dall’attacco di un predatore: infatti, quando riconosce il pericolo, il corpo si prepara all’attacco o alla fuga. Si attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e vi è un’immediata produzione di ormoni come il cortisolo, che ci preparano all’azione.

Questa reazione prende il nome di arousal. Il battito cardiaco aumenta, i muscoli si tendono, aumenta la vigilanza sul segnale di pericolo. Il resto (fame, dolore, desidero sessuale, fatica) viene inibito. Sacrificato, temporaneamente, per la sopravvivenza dell’individuo.
Il nostro cervello non è fatto per fare valutazioni che siano le più realistiche possibili. Non è un calcolatore, non usa il metodo scientifico, la logica razionale, non si basa su dati oggettivi.

Il nostro cervello ha l’obiettivo di tenerci al sicuro, e per farlo usa le informazioni che ha a disposizione, ovvero gli eventi a cui abbiamo assistito o a cui hanno assistito i nostri simili. Se sono stata morsa da un cane, è probabile (se non ci sono altri eventi riguardanti i cani caratterizzati da emozioni positive) che alla vista di un cane io abbia una reazione di paura. Si chiama condizionamento. Ma ciò può avvenire anche se, di fronte ad un evento nuovo, per me neutro, vedo un mio simile, uno del mio gruppo di riferimento, che ha paura e scappa. Si chiama modeling, è un tipo di apprendimento basato sull’imitazione, particolarmente importante in età evolutiva.

Se vede il padre che ha paura, o che è preoccupato, molto probabilmente anche il bambino si preoccuperà. In questi casi non ci prendiamo la briga di valutare in modo autonomo se effettivamente ci sia pericolo. Non ne avremmo il tempo. Diamo per scontato che ci sia e cerchiamo di metterci in salvo. Allo stesso modo agisce questo bias, il better safe than sorry: ci dice sostanzialmente “nel dubbio tu scappa”. Se poi il pericolo non c’era poco male, meglio un falso allarme che un’omissione di fronte a un pericolo reale.
Tutto ciò è utile alla sopravvivenza.

Però ha ovviamente dei costi. Perché nel mondo di oggi, data la complessità delle informazioni a nostra disposizione, ma anche la molteplicità dei nostri scopi, che sono talvolta in contrasto gli uni con gli altri, praticamente ogni stimolo percepito potrebbe essere un segnale di pericolo e ogni nostra azione potrebbe compromettere qualche nostro obiettivo.

E qui entrano in gioco le nostre emozioni, le nostre esperienze più significative, a ricordarci che quella cosa lì, che temo molto, va evitata ad ogni costo. Se temo la bocciatura più di ogni altra cosa, è probabile che io sovrastimi la possibilità di essere impreparato, e nel dubbio rinunci a presentarmi all’esame. Se temo di fare una figuraccia davanti a tutti perché parlando potrei balbettare, è facile che io scelga di restare in silenzio. Se temo di avere un tumore perché un mio congiunto è morto di tumore ed è stato terribile, è possibile che ogni volta che ho un mal di pancia la prima cosa a cui penso non sia “forse ho mangiato troppo, o troppo in fretta” ma “oddio potrebbe essere un tumore”. Questi sono tre esempi rispettivamente dell’ansia da prestazione, dell’ansia sociale e dell’ipocondria. Tre esempi in cui un meccanismo protettivo finisce per creare un sacco di problemi in termini di energie sprecate, occasioni perse, ansia continua e conseguente malessere.

Gli effetti della paura: l’esempio del coronavirus

L’assalto ai supermercati

In queste settimane abbiamo avuto modo di toccare con mano gli effetti del better safe than sorry: la presenza di una persona con tratti asiatici ha iniziato a incutere timore, sentire qualcuno che tossisce ci provoca una reazione di allarme, e le nostre abitudini sono cambiate di conseguenza. Non stiamo delirando tutti. Ciò che temiamo è reale. Il coronavirus esiste realmente, e la possibilità di contagiarsi c’è. Ad essere inesatta è la reale probabilità di essere in pericolo proprio in quel dato momento, proprio a causa di quella persona che ha tossito. È il nostro cervello a metterci in allarme, a dirci “tu nel dubbio stai alla larga”.

Ed è qui che la scienza, coi suoi dati ufficiali, coi suoi studi rigorosi, deve venirci in aiuto. Ricordandoci ad esempio che in Toscana si sono registrati pochissimi casi. E che in Cina può esserci andato chiunque, e che tanti cittadini di origine cinese in Cina non vanno da anni o non sono mai stati. Che una distanza un un metro e mezzo è garanzia di sicurezza anche se l’altro tossisce o starnutisce. Che comunque, se siamo sani, anche se dovessimo ammalarci difficilmente moriremo. Che difficilmente ci mancherà il cibo, anche se dovessimo fare due settimane di quarantena. Che le mascherine chirurgiche sono utili per proteggere gli altri dai propri virus, non il contrario.

E poi dovrebbe venirci in aiuto la psicologia, se siamo capaci di un minimo di auto analisi. Cos’è che temiamo di più? Non è una domanda banale, per niente. Probabilmente per molti non è la malattia in sé a far paura, ma le sue implicazioni: alcuni temono ripercussioni lavorative (compromissione del senso di auto efficacia, del valore personale, dello status sociale, dell’autonomia economica). Altri invece si preoccuperanno di creare problemi ad altri ammalandosi (senso di colpa). Altri ancora si preoccuperanno delle limitazioni che la malattia comporta (rinuncia a cose piacevoli, obbligo di seguire prescrizioni imposte da altri). Altri infine non temono tanto per se stessi, ma per altri (potrei perdere mio padre, che è a rischio). Di nuovo, non si tratta di deliri, gli eventi temuti sono tutti possibili, ma quanto la nostra paura tende a farceli ingigantire? Davvero rischieremmo il fallimento, o il licenziamento, se per qualche settimana non fossimo in grado di lavorare? Se dovessimo chiedere un prestito per far fronte alle perdite, sarebbe davvero così terribile? Dover rinviare un viaggio, perdere il matrimonio del cugino, il concerto tanto atteso, è sicuramente spiacevole, ma si sopravvive! E se anche il padre anziano dovesse ammalarsi, non è detto che morirebbe! E’ la nostra paura a farci vedere questi scenari più terribili di quanto siano realmente.

Infine, l’ansia e la preoccupazione legate a tali paure sono tanto maggiori quanto più ci sentiamo inermi, privi di risorse per fronteggiare il pericolo. Se pensiamo di poterci proteggere in qualche modo, ecco che l’ansia si riduce. Almeno avremo fatto tutto il possibile (evitando così la famigerata “colpa deontologica”, così centrale nel disturbo ossessivo compulsivo). Ed ecco spiegati gli assalti ai supermercati, l’uso irrazionale di mascherine chirurgiche nell’illusione di proteggersi. Ecco le tante assurdità a cui abbiamo assistito in questi giorni, come la paura legata agli animali e agli oggetti, che invece sappiamo che non trasmettono il virus. Si cerca di fare il possibile per mettersi al sicuro, perché il nostro cervello ci spinge a farlo, a fare comunque qualcosa, anche in assenza di evidenze scientifiche.

In realtà ciò da cui dobbiamo davvero guarire è la paura. Che ci porta ad allarmarci più del necessario e a mettere in atto comportamenti protettivi assolutamente inutili. A scapito della qualità della vita e delle relazioni sociali. Ovviamente non sto dicendo di ignorare il pericolo e uscire come se nulla fosse, ma di agire secondo le direttive date dalle autorità sanitarie. E di toglierci dalla testa scenari apocalittici.

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L’uso dell’agenda in psicoterapia: uno strumento indispensabile per combattere la tendenza a procrastinare. E limitare i comportamenti problematici.

Nella mia esperienza di terapeuta ho spesso usato con i miei pazienti uno strumento apparentemente banale, ma che spesso gioca un ruolo fondamentale nel promuovere il cambiamento: questo strumento è una semplice agenda, di quelle comunemente usate per segnare gli appuntamenti. Quei piccoli librettini oggi sempre più in disuso, spazzati via dalle agende elettroniche di Google e co.

Perché è così importante questo strumento? Perché, se usato correttamente, non consente di mentire a se stessi e obbliga ad una valutazione realistica della gestione del proprio tempo e delle proprie abitudini, a partire da quelle che si desidera modificare. Consente di rispondere alla domanda “Come passo il mio tempo? Cosa faccio ogni giorno per raggiungere questo obiettivo?”
Questo è utile a molti pazienti, con problematiche anche molto diverse tra loro.

Il primo passo infatti è registrare lo status quo, ovvero la giornata tipo (anzi, meglio la settimana tipo, infatti di solito consiglio di scegliere agende con visualizzazione settimanale).
In questo modo, segnando ogni giorno in modo dettagliato le varie attività svolte ci si può rendere conto di eventuali errori di valutazione. L’ossessivo scoprirà quanto tempo spreca facendo rituali. Chi tende a procrastinare ciò che teme (un esame, un colloquio, un incontro difficile) vedrà nero su bianco il proprio evitamento.
Una coppia in crisi potrà rendersi conto di quanto sia poco il tempo dedicato al partner e alla vita di coppia. Un depresso che tende a svalutare e minimizzare tutto ciò che fa, dandolo per scontato, potrà rendersi conto di quante piccole cose fa ogni giorno, da cucinare a fare la spesa, da rifarsi il letto a pagare le bollette. Chi ha una dipendenza potrà rendersi conto del livello da cui parte e di quanto i cosiddetti “strappi alla regola” che si concede siano quotidiani. Il perfezionista stakanovista che quando ha una scadenza non pensa ad altro che al lavoro da fare, avrà modo di percepire quanto si sia alienato dal resto del mondo sospendendo ogni altra attività che considera “distraente”.
Questa fase serve anche a motivare al cambiamento, perché permette di capire bene: 1 che cosa occorre cambiare; 2 cosa comporta continuare così.

Preso atto di tutto ciò, il passo successivo è modificare i comportamenti dannosi e introdurne di più utili. Se il problema è la vita sociale troppo povera, dovrò impegnarmi a partecipare a qualche attività sociale; se il problema è la vita di coppia, dovrò impegnarmi a dedicare più tempo e attenzioni al partner; se si litiga in famiglia per fare le faccende, l’agenda consentirà di dimostrare cosa si è effettivamente fatto e aiuterà a programmare insieme le cose da fare. Se devo organizzare il lavoro in vista di un esame o una scadenza, l’agenda aiuterà a fare un programma realistico, che preveda anche tempi di svago. Se non riesco a stare a dieta, saprò di non potermi concedere più di due “strappi” a settimana. 

Ovviamente l’agenda da sola non basta. Serviranno altri tipi di abilità e un impegno costante per modificare il comportamento problematico e i tipici pensieri che lo accompagnano. Ma sicuramente è un buon punto di partenza. Ed è uno strumento che permette di valutare passo dopo passo i cambiamenti fatti, in modo obiettivo, valorizzando così ogni progresso, anche piccolo. Perché i cambiamenti si ottengono così: poco a poco, impegnandosi giorno dopo giorno. E non scoraggiandosi mai!

Agenda in psicoterapia: strumento indispensabile – Dott. Valeria Bigarella

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Il cambiamento in psicoterapia

Cambiamento in psicoterapia - Dott. Valeria Bigarella
Cambiamento in psicoterapia – Dott. Valeria Bigarella

Come funziona la psicoterapia e in che modo può aiutarci a cambiare?
Quali meccanismi regolano il processo di cambiamento? Che cosa la distingue dalla semplice “chiacchierata” con un amico?

Tutti gli studi sull’argomento concordano sull’importanza di un fattore: il rapporto di fiducia col terapeuta. E’ fondamentale che il terapeuta metta a proprio agio il paziente, facendolo sentire accolto, compreso, ascoltato e non giudicato. L’atteggiamento empatico nei confronti della sofferenza del paziente lo farà sentire libero di aprirsi, confidarsi e affidarsi all’altro. Ma questo, in effetti, potrebbe farlo anche un amico particolarmente sensibile o chiunque sappia qualcosa di empatia. Anche la consapevolezza che il terapeuta sia lì appositamente per cercare di aiutarlo, sempre disponibile e accogliente, ha la sua importanza. Ma, di nuovo, c’è anche chi è così fortunato da avere amici o familiari molto disponibili.
Ciò che invece un non esperto non può fare è fornire al paziente un modello che spieghi la sua sofferenza, dalle sue origini ai meccanismi che mantengono il problema. Chi lotta – spesso in completa solitudine – contro ansia, paure e pensieri ossessivi, proverà già un sollievo enorme a comprendere le ragioni della propria sofferenza e a scoprire di non essere il solo a vivere una situazione simile, ma che altri prima di lui hanno affrontato e superato quegli stessi problemi. Rendersi conto che spesso anche i comportamenti apparentemente più assurdi e disfunzionali hanno in realtà una loro ragion d’essere, basata sulla storia personale e su valutazioni spesso catastrofiche ed estremistiche della realtà, permette già di uscire dall’isolamento e dalla vergogna.
Ma, per quanto possa essere d’aiuto, tutto ciò ancora non basta per superare i propri problemi.
Il cambiamento non avviene mai senza fatica e senza impegno. E’ necessario che qualcosa cambi anche nel quotidiano, che ciò che viene discusso durante le sedute trovi poi un modo per essere messo in pratica nella vita di tutti i giorni. Altrimenti il sollievo rischia di essere molto temporaneo.
Ad esempio per chi soffre d’ansia un primo passo sarà capire che evitare le situazioni ansiogene porta ad un sollievo solo temporaneo, che non fa che confermare le proprie paure. Comprendere questo meccanismo è fondamentale, ma il passo successivo sarà cambiare il comportamento, smettendo di evitare le situazioni temute e affrontando l’ansia che tali situazioni provocano. Solo allora sarà possibile un vero cambiamento, solo passando attraverso l’esperienza. Il terapeuta sosterrà questo processo, suggerendo strategie efficaci di gestione dell’ansia e dei pensieri che la generano. Inoltre il terapeuta farà in modo che l’esposizione alle situazioni temute sia graduale, alla portata del paziente: la cosiddetta “terapia d’urto” ovvero buttarsi alla cieca contro ciò che maggiormente si teme, è infatti un falso mito, che rischia di indurre nuovi traumi!

Spesso una parte importante della terapia consiste nel lavorare sui propri pensieri negativi, sostituendoli con altri più efficaci. A volte si tratta di dover accettare situazioni spiacevoli, come un lutto, una separazione, una malattia. Un primo passo sarà capire che continuare a pensare che “è ingiusto, non doveva succedere” oppure “avrei dovuto evitarlo” serve solo a prolungare il dolore. Ma scoprire un modo nuovo, alternativo, di pensare è il passo successivo, quello che conduce al vero cambiamento e che richiede tempo e pratica.

In altri casi si tratta invece di imparare come rapportarsi agli altri in modo migliore, ad esempio con tecniche di assertività che permettano di non subire passivamente la volontà altrui. Saper far valere le proprie ragioni, saper rifiutare una richiesta troppo onerosa, capire di non essere obbligati a compiacere sempre gli altri: sono tutte abilità sociali che possono essere apprese. Ma non basta che il terapeuta le spieghi, non bastano gli esempi e le simulazioni fatte in seduta: bisogna imparare a farlo nella vita quotidiana. Vincendo le resistenze dettate dalla paura.

Si parte con piccoli cambiamenti, che però mettono in moto un meccanismo virtuoso, dimostrando che cambiare è possibile.
Il terapeuta avrà il compito fondamentale di incoraggiare e sostenere questo percorso di cambiamento, mostrando come poco a poco ci siano miglioramenti e spingendo a non scoraggiarsi di fronte alle prevedibili difficoltà. Dovrà inoltre evitare che il paziente pretenda risultati eccessivi in un tempo troppo breve: il percorso deve essere graduale, ed è fondamentale valorizzare i piccoli traguardi. Guardare subito al risultato finale può essere frustrante, perchè la strada appare lunga e tutta in salita. Ma dopo un po’ di tempo, voltandosi indietro, ci si renderà conto di quanto sia importante il percorso fatto!

Una volta ottenuto un cambiamento soddisfacente, sarà poi importante mantenerlo. Perchè purtroppo, i vecchi schemi di pensiero e di comportamento tenderanno a ripresentarsi. Il terapeuta farà presente questo rischio e aiuterà il paziente a preparare opportune strategie per prevenire e gestire eventuali ricadute.

Cambiamento in psicoterapia: consulenza psicologica a Pisa – Dott. Valeria Bigarella

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Aiuto, non riesco a dormire!

Dormire: consulenza psicologica a Pisa - Dott. Valeria Bigarella

È possibile curare l’insonnia senza farmaci?

Certamente! Anzi, il trattamento cognitivo comportamentale è considerato il trattamento d’elezione per questo disturbo, vale a dire che è altrettanto efficace di una cura farmacologica, ma i risultati sono più stabili nel tempo, mentre con i farmaci si va spesso incontro a ricadute.

E se già sono in trattamento con i farmaci?

Moltissimi pazienti arrivano a tentare la terapia cognitivo comportamentale come ultima spiaggia, dopo anni di dipendenza dai farmaci. Ciò non ne riduce l’efficacia, anzi, spesso è l’unica alternativa a dosi sempre maggiori, o l’unica possibilità di ridurre le dosi. L’unica avvertenza è che l’eventuale scalaggio sia fatto DOPO la fine del trattamento: durante il percorso la terapia farmacologica dovrebbe rimanere stabile. Una volta recuperato un rapporto migliore col sonno, sarà possibile anche ridurre i farmaci, in accordo col medico.

E’ un trattamento molto lungo?

No, il protocollo prevede 2 sedute preliminari per inquadrare il problema e 8 sedute di trattamento. Infine 2 sedute di controllo dopo un mese e dopo 4 dalla fine del percorso.

In che cosa consiste il trattamento? Su cosa si lavora?

La terapia cognitivo comportamentale dell’insonnia va ad agire sui meccanismi di mantenimento, ovvero su tutti quei comportamenti che tendono a far sì che l’insonnia si aggravi sempre più. In particolare si lavora sulle routine pre-sonno, insegnando comportamenti che favoriscono il corretto passaggio dallo stato di veglia attiva a quello di sonno, e insegnando invece ad evitare ciò che ostacola questo passaggio, tutte le cattive abitudini che provocano un’eccessiva attivazione nelle ore serali.

Saranno descritti dettagliatamente gli aspetti fisiologici del sonno: le onde cerebrali che caratterizzano le diverse fasi del sonno, i cambiamenti a livello di temperatura corporea, il tono muscolare, il ruolo dei neurotrasmettitori, l’importanza della luce. Tutto ciò allo scopo di comprendere che per addormentarsi occorre che tutta una serie di cambiamenti avvengano nel corpo. E questi cambiamenti devono essere favoriti e non ostacolati.

Si parte poi da un’attenta valutazione del fabbisogno individuale di sonno, insegnando a prevedere l’orario in cui è più probabile avvertire sonnolenza e a riconoscere tali segnali. Spesso l’insonnia è dovuta al tentativo di forzare il corpo a dormire a comando, cosa che ovviamente è impossibile! Si può dormire solo quando il corpo ha sonno, quindi bisogna imparare ad ascoltare il proprio corpo e ad assecondarlo quando richiede di dormire, ma anche abituarlo a dormire la notte, adottando uno stile di vita che favorisca il sonno notturno e non diurno (evitando quindi di dormire durante il giorno, per quanto si possa essere stanchi).

Si lavora inoltre su tutta una serie di convinzioni errate sul sonno che portano a vivere la mancanza di sonno come catastrofica e a vivere il momento di andare a letto con estrema ansia. Si insegnerà a evitare di passare molto tempo a letto senza dormire, perchè ciò peggiora la qualità del sonno e aumenta ansia e frustrazione; invece distrarsi con attività non impegnative predispone al sonno.

 

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Guida alla scelta dello psicoterapeuta

Psicoterapeuta a Pisa - Dott. Valeria Bigarella
Psicoterapeuta a Pisa – Dott. Valeria Bigarella

Quando sentiamo di aver bisogno di aiuto e decidiamo di rivolgerci ad un professionista il problema spesso è: da chi andare?  Di che tipo di aiuto ho bisogno?

Chi sono gli specialisti della salute mentale?

Innanzi tutto è bene distinguere le competenze delle varie figure professionali, sulle quali spesso vi è molta confusione.

Se sentite di aver bisogno di un aiuto anche farmacologico, o il vostro medico di base vi ha consigliato di prendere dei farmaci allora serve uno psichiatra (o un neuropsichiatra infantile). Infatti solo questi professionisti essendo medici possono prescrivere farmaci e sono al tempo stesso anche psicoterapeuti.

Spesso però gli psichiatri (in particolare nel servizio pubblico) non utilizzano la psicoterapia e preferiscono appoggiarsi ad un collega psicologo. Lo psicologo psicoterapeuta è uno psicologo che dopo la laurea in psicologia e l’abilitazione professionale ha svolto un ulteriore percorso di formazione di 4 anni, specializzandosi in psicoterapia. Nei casi più complessi avere due figure distinte, un medico che segua la terapia farmacologica e uno psicologo che faccia psicoterapia può essere utile, specialmente se tra i due professionisti c’è una buona sinergia e collaborazione.

Se invece non sentite il bisogno di farmaci, uno psicologo può fare al caso vostro: infatti può fare diagnosi e dirvi se avete o meno un disturbo clinicamente riconosciuto e indicarvi come può essere trattato. Ma attenzione: se per la diagnosi e la consulenza è sufficiente uno psicologo non specializzato, per il trattamento del disturbo è necessario che questo sia anche psicoterapeuta. Infatti solo lo psicologo psicoterapeuta ha alle spalle 4 anni di specializzazione post lauream proprio sul trattamento dei disturbi mentali e sull’utilizzo della psicoterapia come trattamento. Le sue credenziali possono essere facilmente verificate sul sito dell’ordine degli psicologi.

Per quali problemi possiamo rivolgerci a loro?

Spesso l’obiezione è: “ma io non sono mica pazzo!”. Il temine pazzia è usato volgarmente e in senso spesso dispregiativo verso chi ha un disturbo mentale, ma questo pregiudizio non fa altro che accrescere il senso di isolamento di chi ha un problema che lo fa soffrire e cerca solo di affrontarlo con l’aiuto di professionisti esperti. Clinicamente parlando i “pazzi”, se proprio vogliamo usare questo termine che certo non ha nulla di scientifico, sono gli psicotici, quelli che hanno una compromissione dell’esame di realtà, ovvero che vedono cose inesistenti e irrealistiche. Ma per fortuna sono solo una minima parte di coloro che sono seguiti da psichiatri e psicologi!

Vi sono disturbi molto più comuni, che non hanno niente a che vedere con schizofrenia e disturbi psicotici, ma che sono altrettanto invalidanti per chi ne soffre e per i familiari che gli stanno accanto: la depressione, in cui umore depresso, mancanza di energia, faticabilità, sensazione di impotenza e di inutilità, visione negativa di sè e della vita, pensieri di morte, non solo rendono la vita molto difficile, ma se non trattati sono anche potenzialmente mortali!
In modo analogo anche i disturbi alimentari e le tossicodipendenze possono portare alla morte.
Altri disturbi possono comunque rovinare la vita e le relazioni familiari: pensiamo al gioco d’azzardo patologico, allo shopping compulsivo, o a disturbi caratterizzati di impulsività e discontrollo in cui il paziente improvvisamente fa cose estremamente avventate e rischiose ignorando rischi e inconvenienti senza avervi minimamente riflettuto o averlo pianificato (come nel disturbo borderline e nel disturbo bipolare).
Molto pesanti sono anche il disturbo ossessivo compulsivo, nel quale la presenza di pensieri ossessivi spinge a mettere in atto una serie di rituali che finiscono per scandire l’intera giornata compromettendo la vita lavorativa e sociale; i disturbi d’ansia, che portano ed evitare esperienze potenzialmente piacevoli o utili per la persona; i disturbi del sonno, estremamente pericolosi per la salute e l’efficienza lavorativa e sociale; i disturbi sessuali, che possono limitare pesantemente tutta la sfera del piacere e portare anche alla rottura di importanti relazioni di coppia.

Queste sono le principali patologie che possono essere trattate con la psicoterapia (da sola o associata ad una terapia farmacologica). Ma vi sono anche molte situazioni stressanti che non rientrano in alcun quadro clinico ma che comunque causano molta sofferenza e possono essere affrontate meglio grazie all’aiuto di un esperto. Difficoltà relazionali, crisi coniugali, problemi lavorativi, scelte difficili, ansia da prestazione, blocco negli studi, paura di un cambiamento imminente o di una situazione nuova, difficoltà ad accettare situazioni spiacevoli ma inevitabili (una malattia propria o di altri, un divorzio, un lutto, la perdita del lavoro, un figlio che si trasferisce lontano). In tutti questi casi è importante riuscire a reagire in modo costruttivo, anche se spesso ciò è molto difficile.
Un terapeuta può aiutare a focalizzarsi su obiettivi che siano alla portata e sulle strategie da attuare per raggiungerli, facendoci notare invece quei comportamenti che non fanno altro che peggiorare la già difficile situazione. Ad esempio continuare a chiedersi “perché è successo” o “dove si è sbagliato” non è utile a risolvere un problema e non fa che alimentare la sofferenza.

Che cosa differenzia i vari approcci? Come orientarsi nella scelta?

Non entro qui nel dettaglio dei diversi possibili orientamenti, altro elemento che crea spesso confusione. Mi limito a precisare che lo psicoanalista è uno psicoterapeuta che segue l’approccio psicoanalitico, ossia quello che fa riferimento alla psicoanalisi classica (freudiana) o alle sue più recenti versioni. E che l’approccio cognitivo comportamentale, sviluppatosi a partire dagli anni ’60, ha solide basi scientifiche che ne hanno dimostrato l’efficacia nel trattamento dei principali disturbi mentali. Anche altri approcci le hanno, ma i cognitivisti hanno fatto della ricerca clinica la loro bandiera, adattando il metodo a valutazioni di efficacia.

Invito invece a diffidare di chi non definisce il suo metodo o si dichiara “eclettico”. E’ importante seguire un metodo scientificamente basato, qualunque esso sia. Ben poche persone possono affermare di conoscerli in modo approfondito tutti, o anche solo alcuni. Meglio fidarsi di chi ne conosce bene uno e segue quello. Van Gogh non avrebbe saputo dipingere come Michelangelo e viceversa: entrambi sono stati geniali pittori, ciascuno seguendo il proprio metodo. Spesso la scelta dipende dal gusto personale, infatti i dati di ricerca non mostrano significative differenze di efficacia tra i diversi approcci, ma tutte concordano sull’importanza di costruire una buona alleanza terapeutica.

Quanto costa andare in terapia?

Per quanto riguarda la questione economica, nota dolente per la maggior parte di chi cerca aiuto, mi sento di dire che si tratta di un investimento: riuscire ad uscire dalla depressione e ricominciare a lavorare, riuscire a concludere gli studi, a non perdere il lavoro, a salvare il proprio matrimonio, a smettere di usare sostanze, sono tutti obiettivi che valgono i soldi spesi, anche da un punto di vista esclusivamente economico, basta riflettere sul costo che ha tenersi il problema! Perciò meglio fare un percorso serio, per quanto costoso, piuttosto che non fare nulla o rivolgersi a persone poco qualificate sperando di risparmiare.
Le parcelle di uno psicoterapeuta di solito vanno dai 50€ in su. Diffidate di chi vi chiede meno: la formazione è lunga e costosa (le scuole di specializzazione sono ormai esclusivamente private) e anche le stanze in cui sarete accolti hanno di solito costi notevoli. Ricordate che non si paga “solo” un’ora del tempo del terapeuta, si paga la sua esperienza, la sua formazione e, soprattutto, si paga la responsabilità che questo si assume quando accetta di prendervi in carico; si paga la sua disponibilità ad essere un punto di riferimento e un sostegno, a fare sempre il meglio per voi, a lavorare sul vostro problema anche aggiornandosi o studiando nuovo materiale, confrontandosi coi colleghi, insomma a fare tutto ciò che è necessario per risolverlo.

Se non potete permettervi uno psicoterapeuta privato non esitate a rivolgervi al servizio pubblico: ha i suoi limiti, primo dei quali il non poter scegliere la persona o l’approccio, ma anche spesso una scarsa disponibilità di specialisti che sono quindi costretti a barcamenarsi tra troppi pazienti col rischio di non riuscire a dare a ciascuno la dovuta attenzione. Però esiste, ed è sempre meglio che non fare nulla!

La durata del percorso dipende da molti fattori, in primis dalla gravità dei problemi: un disturbo presente da anni e ormai cronicizzato è molto più difficile da trattare di uno preso sul nascere, che invece può essere risolto nel giro di qualche mese. Se i problemi sono molteplici, come spesso accade, è necessario affrontarli tutti per prevenire possibili ricadute.
Anche riguardo la durata, diffidate da chi promette guarigioni in tempi rapidi, magari a priori, senza neanche aver valutato il caso! Difficilmente un problema importante scompare magicamente dopo poche sedute! Anche perché le prime 3-4 sedute di solito servono proprio per definire il problema, la sua gravità, capire come si è generato e perché si mantiene, e decidere insieme al paziente come trattarlo (si passa cioè dalla teoria generale a una valutazione individualizzata di come funziona quel disturbo in quello specifico paziente).
Successivamente inizia il trattamento vero e proprio. I risultati via via ottenuti devono poi essere consolidati se si vuole che il cambiamento sia stabile. Infine è necessario prevenire le ricadute, ovvero lavorare su possibili difficoltà future, assicurandosi che il paziente abbia acquisito gli strumenti e le competenze necessarie per affrontarle.

E’ il terapeuta giusto? Come valuto il suo lavoro?

Alcuni segnali che un terapeuta non sta lavorando bene possono essere:
-sedute ripetutamente cancellate o spostate con poco preavviso;
-scarsa disponibilità a rispondere a messaggi e telefonate in un tempo ragionevole (1-2 giorni);
-non richiamare dopo un’assenza;
-prestare scarsa attenzione mentre parlate, ad esempio mangiando, controllando il cellulare, o facendo altro (se ciò avviene spesso: ovviamente l’eccezione ci può stare e se isolata non dovrebbe essere motivo di rottura della relazione terapeutica!)
Altri segnali preoccupanti sono: dimenticare appuntamenti presi o informazioni date; non dare risposte precise a domande pertinenti, quali il tipo di diagnosi, il metodo utilizzato, la prognosi, un’ipotesi almeno approssimativa sulla durata del trattamento; sottovalutare sintomi importanti quali ad esempio pensieri di morte, atti autolesivi, atti aggressivi, insonnia, significativa perdita di peso, che sono tutti sintomi per i quali è doveroso almeno valutare l’ipotesi di un sostegno anche farmacologico. E nei casi più gravi anche di un ricovero, che il paziente può ovviamente rifiutare, ma che il terapeuta ha comunque il dovere di proporre!

Se non si vedono progressi, ovvero una anche lieve riduzione della sintomatologia dopo diversi mesi di sedute regolari, è giusto chiedersi come mai e parlarne insieme al terapeuta.
Se si ha la sensazione di non essere capiti o ascoltati, se ci si sente giudicati, se non ci si sente “in buone mani” è il caso di comunicare queste sensazioni in modo da decidere cosa sia meglio fare. Può non essere il metodo giusto o la persona giusta, in tal caso può comunque consigliarvi soluzioni alternative.
Ma non rinunciate a cercare di stare meglio! Ne vale la pena. E qualcuno in grado di aiutarvi almeno a migliorare un poco esiste. Va solo cercato. Con criterio. E talvolta non arrendendosi al primo tentativo.

 

Psicoterapeuta a Pisa – Dott. Valeria Bigarella

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